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Imprevedibile
di G. G.
Ormai sempre più difficile diventa prevedere qualcosa in materia di lotta politica e relativi sviluppi in Italia. L’unica cosa che sembra essersi finora ben capita è che, fino a quando non si sarà deciso in maniera definitiva in fatto di legge elettorale, tutto rimarrà fatalmente e alquanto fluido. Soltanto sulla base di quella che saranno le norme regolatrici delle prossime elezioni generali di primavera sarà possibile, infatti, decidere davvero e ultimativamente di alleanze, coalizioni e scelte connesse. Se, ad esempio, restasse in vigore la legge elettorale attuale, l’opportunità di formare coalizioni dovrebbe prevalere in modo abbastanza sicuro. Se, invece, dovesse redigersi una legge che prevedesse un premio di maggioranza per un singolo partito, è evidente che questo darebbe luogo ad altre possibilità e convenienza di scelta. Inoltre, se una nuova legge desse luogo al ristabilimento del voto di preferenza, per tutti i partiti si determinerebbe la necessità di preferire certe candidature ad altre, e anche questo potrebbe influire sulle alleanze o coalizioni che si volessero formare, o, anche, su un eventuale calcolo di convenienza a non formare coalizioni.
I sondaggi elettorali, ormai anche in Italia frequentissimi, e considerati elementi imprescindibili delle decisioni e dei commenti politici, costituiscono, a loro volta, un’ulteriore ragione di incertezza della prevedibilità in questa materia. Da qualche tempo tutti gli operatori di tali procedure prevedevano che il partito democratico fosse senz’altro, e anche con un certo margine, il primo nelle future scelte degli italiani. Altrettanto concordemente i sondaggi sembravano prevedere un’accentuata flessione, e quasi dissoluzione, della destra, e risultati in varia, ma non determinante misura positivi o negativi degli altri partiti e gruppi che si prevedono in gara nel 2013. L’elemento, però, davvero sorprendente che ugualmente sembrava affiorare in tutti i sondaggi era la previsione di una clamorosa affermazione del movimento detto 5Stelle, raccoltosi intorno a quel molto noto uomo dello spettacolo che è Beppe Grillo. Addirittura se ne parlava come del secondo partito nei risultati delle urne e, per alcuni, neppure a molta distanza dal partito democratico. Concorde era, infine, il parere su un molto forte astensionismo dal voto.
I risultati delle elezioni regionali in Sicilia hanno in parte confermato queste previsioni e in parte no. Il partito democratico ha vinto e avrà la presidenza della Regione con il suo candidato Crocetta. Ma quale senso ha questa vittoria, che Bersani si è affrettato a definire “storica”? i voti del partito si sono dimezzati, e la vittoria si può ben dire un risultato della debolezza degli altri ben più che della forza dei democratici. La destar è uscita sconfitta e altrettanto ridimensionata nei voti. Se, però, si considera che la destra si presentava divisa con la lista facente capo al PDL e con quella di Micciché, si può anche dedurne facilmente che la destra unita avrebbe avuto il 40% dei voti contro il 31% dei democratici, e che, se anche non avesse raggiunto proprio il 40%, avrebbe comunque superato la lista del PD. La quale è poi arrivata al 31% solo grazie all’alleanza con l’UDC. Si consideri poi ancora che proprio alla vigilia delle elezioni si era avuta non solo la condanna di Berlusconi nel processo per i diritti Mediaset, ma anche quella sua infelicissima conferenza-stampa di commento e di reazione alla sentenza, in cui ha dato a tutta l’opinione pubblica, innanzitutto, l’impressione di un atteggiamento puramente distruttivo verso tutto e verso tutti, e, allo stesso tempo, e peggio, l’impressione di un uomo ormai al limite delle sue possibilità di una certa presenza e ruolo nella vita pubblica: una impressione che potrà poi anche rivelarsi, col tempo, infondata, ma che per il momento ha avuto certamente l’effetto negativo che si è detto. E la prova della destra in Sicilia può essere, perciò, reputata meno negativa che a una prima valutazione, se non altro, nel senso che la destra continua a esserci e che la crisi della sua leadership non ne lede una permanente e rilevante capacità elettorale.
Ben rispondente ai sondaggi si è rivelato, invece, il voto per il Movimento di Grillo, finito terzo col 18% dei voti: anche più di quanto si prevedesse. Successo tanto più da sottolineare in quanto appare collegato ad esso il fallimento dei partiti di Vendola e di Di Pietro, in quanto si è dimostrato che dissenso e protesta, al di là di una certa soglia della loro espressione, prendono immancabilmente la via estrema e non gradiscono un radicalismo che appaia (e non occorre che effettivamente sia) minore. Col che si è mostrato pure che, fuori dell’alleanza col PD, movimenti come quelli di Vendola e di Di Pietro non trovano molto spazio.
Se poi si guarda ai risultati dei singoli partiti, si trova 5Stelle primo col 14% dei voti, il PD secondo col 13%, il PDL terzo col 12%, l’UDC quarta con l’11%. Per l’UDC si può ragionevolmente dubitare della portata extra-regionale di questa votazione, perché la Sicilia è una regione di sua particolare forza, ed è molto difficile pensare che in altre regioni si tocchi questo livello di percentuale. Per gli altri tre partiti, i risultati mostrano, in effetti un certo livellamento o, se si preferisce, una distanza esigua tra la soglia dell’uno e quella degli altri. Ma, anche in questo caso, è prevedibile che questo risultato si estenda o possa estendersi a tutto il paese?
Per provarsi a rispondere, sia pure con tutta la prudenza del caso, si può ipotizzare che con tutta probabilità la soglia siciliana è più probante per 5Stelle che per PD e PDL. In sostanza, chi voleva votare per Grillo ha votato, ed è piuttosto azzardato credere che sulla votazione del suo movimento abbia influito l’altissimo astensionismo che si è registrato in queste elezioni siciliane. Fatta la tara dell’astensionismo, pare realistico credere che in una votazione con il 60 o 70% e più dei votanti, la percentuale di Grillo sarebbe la metà, più o meno, del 18% siciliano; e se si estende il ragionamento a tutto il paese, la deduzione dovrebbe ancora rafforzarsi. Sarebbe sempre una soglia alta, ma ridimensiona il dato dei sondaggi sulla probabilità che 5Stelle possa essere il primo partito anche a livello nazionale. E ciò senza contare che, se si tiene conto dell’astensionismo (53%!), le votazioni dei partiti siciliani vanno valutate come ancora più modeste.
Insomma, proprio in base al suo molto appariscente successo siciliano Grillo non pare destinato a diventare il leader del primo partito italiano. Se, poi, una tale eventualità si dovesse avverare, non esiteremmo a dire che sarebbe per le cose italiane una nuova iattura. Non lo diciamo per particolari prevenzioni specifiche su Grillo e sul suo movimento, anche se il modo di proporsi di Grillo appare sempre meno accettabile, ondeggiante, com’è, fra, da un lato, un’oratoria che ricorda molto da vicino (per chi ne ha memoria) quella (per la verità, e comunque, più culturalmente incisiva) di Guglielmo Giannini, il fondatore dell’Uomo Qualunque, che ebbe una notevole affermazione nelle elezioni del 1946, e, dall’altro alto, una gestualità dimostrativa piuttosto sbrigativa e superficiale, come quella dell’attraversamento a nuoto dello Stretto di Messina per partecipa alla campagna per le elezioni regionali nell’isola. Né quella oratoria, né questa gestualità possono essere considerate educative, positive e costruttive per il costume e per le vicende politiche degli italiani. Noi pensiamo, però, soprattutto a uno scenario che abbiamo già visto molte volte nell’Italia repubblicana.
Lo si è visto, da ultimo, coi movimenti formati da Umberto Bossi e da Antonio Di Pietro, anche a prescindere dalle vicende e dal fallimento politico personale di questi due leader, che ha contribuito visibilmente a indebolire i loro partiti. Sorti sull’onda di motivi effettivamente fondati nella situazione politica e scoiale del paese, questi movimenti attraversano, solitamente, una fase iniziale di grandi fortune elettorali e sembrano dover produrre effetti più o meno rivoluzionari. Poi essi entrano, di buono o mal grado, nel gioco politico nazionale; vi si debbono, volenti o nolenti, adeguare; le loro fortune elettorali si attenuano e si stabilizzano intorno a bassissime percentuali sul totale dei suffragi. Nascono, all’apparenza, come movimenti, gruppi o partiti antideologici, svincolati dal peso di vecchie idee, mentalità e comportamenti, che obbediscono a ispirazioni di forte richiamo per l’opinione pubblica nazionale o di singole parti del paese. In realtà, sono privi di idee, e profondamente ideologici, anche se il loro ideologismo si riduce di fatto a un unico motivo (l’indipendenza della cosiddetta Padania per la Lega di Bossi, il giustizialismo monocorde e assoluto per la formazione dal singolare nome di Italia dei Valori, l’ostracismo per la politica dei partiti nel caso di Grillo). E che cosa ne resta, una volta passata la primavera delle loro iniziali fortune? Quei movimenti, gruppi o partiti rimangono come interlocutori permanenti della vicenda politica italiana, nella quale rappresentano, però, non solo realtà minori, e in qualche caso minime, bensì anche un’ulteriore ragione di frammentazione dei processi decisionali, di dispersione improduttiva nella formulazione e nella pratica delle grandi scelte della vita nazionale, di confusione e complicazione, in ultima analisi, della politica nazionale, nonché di permanente e deteriore riferimento per oscillazioni più o meno trasformistiche e opportunistiche del personale politico-amministrativo, e specialmente per quello periferico e di minore livello.
Nessun bisogno, certo, si sentiva, né si poteva sentire di un’ulteriore proliferazione di questo tipo di fauna, o flora, che dir si voglia, nell’Italia dei nostri giorni, già così afflitta da frammentazioni, dispersioni e improduttività del suo mondo politico. Un successo sproporzionato di Grillo nella primavera del 2013 renderebbe le previsioni per il prossimo futuro politico italiano ancora più scure di quanto già non siano. Visti i suoi comportamenti finora, sarebbe estremamente probabile che il successo stesso spingesse Grillo e i suoi a fungere da elemento di pressoché quotidiano disturbo perfino della normalità parlamentare. Accenni in tal senso si sono visti altre volte, salvo poi più o meno espliciti rientri nella normalità, almeno formale, dei rapporti politici propri di un regime di democrazia parlamentare. Nel caso di Grillo c’è, però, qualcosa di non facilmente precisabile, che induce a essere meno ottimisti circa la prospettiva, nella scia delle precedenti analoghe esperienze, di una rapida “normalizzazione”. E questo anche, se non soprattutto, perché il nuovo movimento è nato e si è sviluppato in una fase di estremo logoramento del tessuto politico nazionale, laddove i precedenti trovavano, al loro apparire, una struttura politica ancora forte e reattiva.
Quali che siano, perciò, le previsioni e i sondaggi circa ulteriori grandi successi del movimento di Grillo, resta che le emozioni e reazioni dell’opinione pubblica italiana negli ultimi mesi sono state molto forti e sorprendenti, nonché fin troppo spesso sconvolgenti, e si sono accumulate troppo rapidamente, perché possano essere state metabolizzate in un atteggiamento politico che si possa considerare già molto al di là della soglia, appunto, delle emozioni e relative reazioni, e quindi tradotte in uno stabile giudizio e relativa presa di posizione politica.
Qualcosa di più appare, inoltre, da dire anche per quella vera massa di italiani che appare sempre più incline a disertare le urne e che è solitamente, e molto genericamente, tacciata, nei commenti dei responsabili dei sondaggi e di commentatori e politici, come un popolo di “astensionisti” oppure di “indecisi”. I politici si fanno, anzi, un dovere di assegnarsi la missione di far cambiare parere a questo popolo, e di portarlo o riportarlo al voto. Proposito eccellente. Se essi vincono su questo fronte, avranno anche segnato un forte punto al loro attivo nei riguardi di spinte come quella di Grillo e altre affini.
Bisogna, però, rendersi conto che, a nostro avviso, il popolo in questione pende indeciso sul voto o intende tenersene per un doppio e differente motivo. Da un lato, cioè, agisce, senza dubbio, e molto fortemente, la disistima, la sempre crescente perdita di credibilità, la riduzione pressoché a zero della classe politica e amministrativa, che ha coinvolto gravemente anche le istituzioni, per cui siamo al punto che, se si conserva una certa stima e fiducia verso una qualche istituzione lo si deve alla persona nella quale si vede incarnata l’istituzione. La Presidenza della Repubblica con Napolitano e la Presidenza del Consiglio dei Ministri con Monti ne sono una icastica esemplificazione. Dall’altro lato, invece, indecisione e astensionismo si nutrono a una fonte diversa. Sono, infatti, da riportare alla difficoltà, anch’essa in ascesa verticale, di comprendere il senso, che appare sempre più lontano dal buon senso, degli svolgimenti politici in atto sotto i nostri occhi, la direzione che ad essi si intende dare, la logica di prese di posizione sempre meno chiare spesso anche nel loro significato più immediato.
Non è, quest’ultima, una difficoltà soltanto della più generica opinione pubblica. È una difficoltà che si fa sentire ormai in profondità anche nei commentatori più esperti, autorevoli e indipendenti. Peraltro, questi commentatori non sono più molti, ormai, anch’essi. Nei giornali e nelle trasmissioni radiotelevisive l’unico punto sul quale, in una grande varietà e contrapposizione di orientamenti e di giudizi, si possa ritrovar una commovente e generale concordanza è nella critica più ampia e più feroce possibile della classe politica. Gli sforzi di una più sostanziale comprensione delle cose anche politiche del paese, che, per quanto non siano molti, tuttavia non mancano, vengono largamente coperti dalla retorica del “correct” dominante e dalla forza trascinante di un “gossip”, al quale sempre meno si resiste.
I politici, tuttavia non sembrano rendersi conto né di questo, né della incomprensibilità e della sfiducia che li accompagna nel’’opinione pubblica. Essi continuano imperterriti i giochi senza respiro e senza forza di trasmissione e di persuasione sul fronte della pubblica opinione che hanno portato la condizione politica italiana allo stato attuale. E lo diciamo senza timore di apparire ora e qui, a nostra volta – noi, che dal pessimismo e dal negativismo di principio assolutamente rifuggiamo – troppo pessimisti e negativi. E lo diciamo, allo stesso tempo, perché riteniamo necessario aver presente questo quadro a tinte non liete per capire la vastità e la natura dell’indecisionismo e dell’astensionismo che i sondaggi, anche sulla scorta dell’esperienza fatta in Sicilia, annunciano così vasti per il 2013. Nel che è implicito, da un lato, che la misura stessa così ampia di indecisi e astensionisti non permette di fare previsioni attendibili sul loro effettivo comportamento al momento del voto: – sia perché a tale momento, dato il trascinamento della campagna elettorale, sempre si determinano una spontanea sollecitazione a un senso più forte di responsabilità civica e un’attrazione alla partecipazione della lotta fra i concorrenti alle elezioni; – sia perché non mancano tempo e occasioni di dare un tono diverso al dibattito politico e di raddrizzare persuasivamente i comportamenti di almeno una parte della classe politicoamministrativa, con positive conseguenze anche sugli atteggiamenti dell’opinione pubblica.
Non vogliamo confidare, dunque, troppo nei sondaggi, ma neppure vogliamo diffidarne troppo. Come abbiamo appena accennato, essi potranno diventare anche più chiari e persuasivi se nella politica italiana dei prossimi mesi vi saranno effettive novità chiarificatrici, a cominciare dalla decisione in materia di legge elettorale per finire alle posizioni e alle indicazioni programmatiche fondamentali dei partiti. Posizioni e indicazioni sulle quali finora vi è ancora maggiore confusione – ed è tutto dire – che per quanto riguarda la legge elettorale.
Aggregare i moderati; ruolo o non ruolo di Berlusconi e sue reali intenzioni attraverso varii ripensamenti e scuse; rottamazioni a destra e manca; unità, e quale, delle sinistre; prosecuzione di Monti o prosecuzione del “montismo” senza Monti; annacquare il “montismo”, e con che cosa, o lasciarlo inalterato; stringersi ancora di più all’Europa o allentare qualche legame, e per alcuni addirittura quello dell’euro; fisco più duro, con patrimoniali e altro, “naturalmente” per i superricchi, o dare un po’ di respiro alla vita sociale in tutte le sue espressioni e a tutti i suoi livelli: ecco una piccola, parzialissima antologia di ciò di cui si discute nella politica italiana, e di cui è presumibile che ancora di più si discuterà nei prossimi mesi. È sintomatico che i politici parlino sempre di più e sempre più spesso, con quale giovamento della chiarificazione politica tutti possono giudicare. Se nei mesi prossimi parlassero di meno, e sentissero di meno l’esigenza di comparire a sproloquiare ogni giorno nei giornali stampati o televisivi o radiofonici, e dicessero qualcosa di più attendibile e di più stabile del grande frastuono quotidiano che così alimentano, sarebbe già un grande guadagno, e lo sarebbe innanzitutto per loro e per ciò che vogliono rappresentare e fare. L’overdose di presenzialismo alla quale indulgono ha contribuito anch’essa al logoramento della loro immagine. È da presumere, perciò, che un po’ di sobrietà a tale riguardo non potrebbe che far bene a tutti., e innanzitutto, come si è detto, a loro stessi.
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