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"L'odore di eresia": Norberto Bobbio, Luigi Russo e l'eredità di Croce
di Francesco Torchiani
Soffermarsi sul rapporto epistolare ed editoriale tra Norberto Bobbio e Luigi Russo, significa offrire un piccolo contributo alla chiarificazione di un problema – il peso esercitato dallo storicismo crociano nella biografia intellettuale del filosofo – su cui, di recente, ha richiamato l’attenzione un profondo conoscitore del pensatore torinese quale Pier Paolo Portinaro1.
Non è ancora trentenne Norberto Bobbio quando nel 1937 incontra Russo per la prima volta. Il primo, a distanza di vent’anni, racconta lo stupore che lo aveva assalito quando si era visto avvicinare, in una biblioteca fiorentina, dal grande critico siciliano. Nel marcare i tratti fisici e umani dell’illustre interlocutore, Bobbio ci offre un saggio della sua prosa asciutta, eppure così efficace:
ho presente l’uomo, fisicamente vigoroso, ben saldo, moralmente forte e sano, sicuro di sé, pieno di fuoco interiore che trapela dallo sguardo, dai gesti, dalla parola impetuosa ma senza collera, allegro, festoso, cordialissimo: sincero, quando ce n’era bisogno, sino all’insolenza, schietto sino ad apparire talvolta rude; semplice di modi, di tratto, come chi non ha niente da nascondere e vuole apparire per quello che è realmente; odiatore implacabile di ogni ipocrisia2.

Galeotto, in quell’incontro, un celebre codice fiorentino della Città del Sole di Tommaso Campanella3. Bobbio, appena nominato straordinario a Siena, era negli anni in cui «lasciati in disparte i più aridi studi di filosofia del diritto», si era avventurato «nel campo della storia e della filologia», e in breve era entrato in contatto con Giorgio Pasquali, Piero Calamandrei e, appunto, l’autore dei Problemi di metodo critico4. Quando, a quindici anni di distanza5, Russo fa pervenire al filosofo torinese la seconda edizione di quel vero e proprio manifesto storicistico, Bobbio, nel ringraziarlo, ricorda: «La prima edizione – che sono andato a ripescare nella mia biblioteca e ho qui sottomano – mi ricorda gli anni universitari, quando tra amici si discuteva tra Croce e non Croce, e, tutti crociani, si annusava compiaciuti e incuriositi laddove si sentisse odore di eresia»6. Per Bobbio, insomma, Russo e Croce sono difficilmente scindibili; eppure dall’estate del 1948 i due compagni di tante battaglie civili e culturali hanno interrotto ogni rapporto, complice la militanza politica del direttore della Scuola Normale prima nel Partito D’Azione e poi come indipendente del Partito Comunista7; a spazientire l’anziano filosofo ha contribuito non poco il tono polemico e battagliero assunto dall’ultima creatura editoriale di Russo, «Belfagor», che non risparmia attacchi ad alcuni crociani, a detta del direttore, troppo «ortodossi».
A dieci anni dal primo incontro, invece, è ancora Campanella a mettere Bobbio sulla strada di Russo: il primo scritto del filosofo torinese sulla rivista fiorentina è infatti una recensione alle Ricerche campanelliane 8di Luigi Firpo, come Bobbio allievo di Gioele Solari. Nel lavoro del collega, Bobbio riconosce la straordinaria perizia ed erudizione filologica di Firpo, che permette di dare un taglio assai originale alla ricostruzione del pensiero campanelliano.
Bobbio si rivela inizialmente molto disponibile alla collaborazione con la sulfurea rivista: da un anno successore di Solari sulla cattedra di Filosofia del diritto, infatti, dà alle stampe una rassegna in due puntate9 sui più recenti studi hegeliani. Filo rosso dei due scritti che, nonostante le promesse, non avranno seguito, è la polemica sulla presunta “rinascita” dell’hegelismo, di cui aveva parlato anche l’anziano Croce. La fioritura di studi sul filosofo tedesco, a giudizio di Bobbio, non andava scambiata come un riproporsi, sotto nuove spoglie, della stagione del “neo – hegelismo” del primo Novecento, complice il quadro storico – culturale completamente mutato. Due i volumi, tra i sei analizzati nel saggio, che suscitano le osservazioni più penetranti del filosofo torinese. Il primo è il volume conclusivo della Storia della filosofia di Guido De Ruggiero10, da poco scomparso, dove lo studioso napoletano, tra i protagonisti del neo- hegelismo italiano, dedica uno studio specifico ad Hegel: Bobbio rileva l’eclettismo dell’interpretazione offerta da De Ruggiero, sospesa com’è fra «destra teologica e sinistra materialistica» e specchio, più in generale, delle contraddizioni e del travaglio spirituale di una generazione che ha visto nel filosofo di Tubinga un imprescindibile punto di riferimento intellettuale. Altrettanto efficace risulta la disamina delle tesi tranchantes di György Lukacs nel suo Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica11: Bobbio ne riconosce l’originalità interpretativa rispetto alle posizioni della storiografia marxista “ortodossa”, che aveva evidenziato il decisivo contributo dell’hegelismo nella formazione del pensiero marxiano12; nel suo importante studio, inoltre, Lukacs ingaggiava una forte polemica con tutta la storiografia che, con Dilthey, aveva cercato di accentuare l’irrazionalismo hegeliano, ponendo così il filosofo tedesco fra i padri nobili dell’esistenzialismo allora imperante.
A questo proposito, Bobbio ci offre non solo una lezione di metodo, ma anche di corretta interpretazione del compito dell’uomo di cultura. Stigmatizzando gli strali rivolti da Lukacs contro i fautori di interpretazioni lontane dalla sua, per cui «chiunque abbia sostenuto l’interpretazione irrazionalistica di Hegel diventa un borghese imperialista e fascista», Bobbio osserva:
Per quanto ci siamo abituati in questi anni a siffatto modo di critica o di “liquidazione” delle idee degli altri, che è oramai diventata una caratteristica deformazione professionale del marxista militante, tuttavia, ogniqualvolta ci accade di trovarcene innanzi un nuovo esempio, non manchiamo di provarne profonda sorpresa; ma poi alla sorpresa segue presto il fastidio e anche il dispetto quando vediamo, come in questo caso, tanto vasta cultura, tanto spirito di penetrazione e tanto rigore di metodo quasi frustrato o per la messa in sospetto, sin dall’inizio, di quella velenosità che schizza fuori ad ogni riga sin dall’introduzione, da quel furor di teologo che trasforma continuamente l’errore storico in colpa morale, o peggio politica, per gettare sull’avversario il disprezzo che si conviene non al mediocre storico della filosofia, ma al malvagio o politico infame13.

In conclusione, a dispetto dell’abbondanza di studi sull’argomento, per Bobbio non si può parlare di una “rinascita” di Hegel, «il macigno Hegel», che «sta sempre in mezzo, e sembra, con la sua gigantesca mole, quasi precludere la vista di ciò che sta al di là. Ne ribadisce però la centralità nella nostra cultura, «in quanto questa si dibatte in mezzo ai problemi lasciati aperti dalla dissoluzione del sistema» del filosofo tedesco. Ma sul tema si ripromette di tornare in futuro.
A un anno di distanza, infatti, è Russo a fare la prima mossa, chiedendogli una nuova puntata della rassegna, visto che la precedente ha suscitato «vivo interesse» fra i lettori della rivista. Bobbio si mostra possibilista sulla ripresa della collaborazione, anche se confessa di avere «il fiato un po’grosso dovendo correre dietro agli impegni che ho con la “Rivista di Filosofia” e con altre riviste diciamo così..tecniche»14. Chiede però a Russo di commemorare il comune amico Leone Ginzburg, dando alle stampe una parte della tesi di laurea del giovane, morto nel ’44 per le percosse subite in galera ad opera dei suoi carcerieri. La tesi su Guy de Maupassant viene discussa da Ginzburg, già collaboratore de «Il Baretti» e «La Cultura», con Ferdinando Neri, ordinario di Letteratura francese nell’ateneo torinese. Bobbio, compagno di classe di Ginzburg al Liceo D’Azeglio, ha sempre guardato al suo coetaneo come ad un maestro di virtù e probità intellettuale; Russo aveva invece ospitato diversi interventi del giovane torinese nella sua rivista «La Nuova Italia». Di più, era stato proprio Ginzburg a mettere in contatto Russo, «cui era affezionatissimo», al «nostro gruppo torinese»15. Facile intuire come Russo si prestasse volentieri al ricordo dell’amico scomparso, alla cui memoria aveva dedicato il volume su Machiavelli16, dato alle stampe da Laterza nell’immediato dopoguerra. Il saggio appare così sulla rivista con una nota biografica di Ginzburg17 a firma di Russo, anche se tutte le informazioni vengono fornite, per via epistolare, da Bobbio18.
La scomparsa, pochi mesi dopo, di Gioele Solari, cui Russo era particolarmente affezionato, è l’occasione per chiedere al suo allievo un «ritratto critico del maestro»19, da accogliere nella galleria che da sempre contraddistingue la rivista fiorentina. Bobbio risponde commosso:
nel dolore che ho provato per la morte di Solari, che consideravo come un padre, mi è stato di conforto il vedere che gli volevano bene tutte le persone che stimo di più […] E sentirne parlare ora da te con tanto affetto e con tanta sicurezza di giudizi è stata cosa, ti ripeto, che mi ha confortato”.

Deve però declinare l’offerta per l’articolo, visto che ha appena concluso l’intenso necrologio per la «Rivista di Filosofia»20, ci cui Solari era stato per decenni l’anima, e altri ne aveva in programma. Così, suggerisce al direttore di «Belfagor» di rivolgersi a Luigi Firpo: «Ora non c’è che lei che possa farlo: la prego di assicurarmi che lo farà», gli scrive Russo21.
L’occasione per ricordare l’amato maestro si presenta a Bobbio l’anno seguente, quando l’illustre studioso accetta di accogliere nella sua rivista la prefazione22 al volume di Aldo Mautino La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce. Allievo anch’egli di Solari, scomparso precocemente a causa di una malattia, Mautino ha incentrato le sue ricerche sul filosofo di Pescasseroli, cercando un approccio critico all’opera crociana in larga parte inedito. Mettendo a frutto il rigoroso metodo filologico, che costituisce tanta parte delle lezione di Solari, Mautino dà vita ad un’analisi critica del pensiero del filosofo napoletano che incontra l’approvazione dello stesso Croce. Alla morte del discepolo, Solari inizia un lungo e paziente lavoro di raccolta di lettere, appunti e testimonianze sulla vita e l’attività culturale di Mautino; materiali raccolti con lo spirito di chi, osserva Bobbio, nel sentore di una fine prossima, ricostruisce assieme alle tappe della formazione intellettuale dell’allievo anche il proprio percorso di maestro e docente universitario. Il lavoro di Solari, che travalica i limiti della biografia per trasformarsi nel ritratto di una stagione della vita culturale torinese oltre che in un ripensamento critico della propria vita, è interrotto però dalla morte del filosofo, oramai ottantenne. Quei materiali vengono ugualmente sistemati e pubblicati come premessa al lavoro di Mautino, ma Bobbio sente la necessità di premettere un suo scritto a quello del maestro. Ricordare Mautino su «Belfagor» significa, in questo modo, onorare la memoria del «maestro dei maestri»23.
A tre anni di distanza, è Croce, come protagonista indiscusso di un cinquantennio di vita culturale italiana, ad essere ancora al centro della corrispondenza fra Bobbio e Russo. Quest’ultimo chiede infatti a Bobbio di recensire le Cronache di filosofia italiana di Eugenio Garin24, che ha particolarmente a cuore, tanto da averle insignite del “Premio Viareggio”25. Al di là dell’importanza indubbia del volume, Russo vorrebbe farsi perdonare un paio di riferimenti piuttosto critici nei confronti del grande studioso dell’umanesimo, contenuti in un articolo di Attilio Siro Nulli su Erasmo da Rotterdam26. Bobbio, assorbito dalla messa a punto di due suoi volumi fondamentali, Politica e cultura27 e Sulla teoria generale del diritto28, pubblicati entrambi nel ’55, declina. Non si tratta solo di motivi “pratici”; il libro di Garin, infatti
È in sostanza un vero e proprio esame di coscienza di una generazione, che è poi la mia stessa generazione (Garin ed io siamo coetanei), di quella generazione che è divenuta adulta col fascismo, troppo poco radicata nel passato prefascista per aver rappresentato, salvo qualche eccezione, una corrente di idee originali durante l’instaurarsi del fascismo, ma anche troppo vigile e critica per lasciarsi travolgere dalla pseudo-cultura fascista. Ad ogni pagina che leggo di questo libro, mi si affaccia una folla enorme di problemi. È un invito ad un ripensamento totale della cultura negli anni tra il ’20 e il ’40. Più che di una recensione, che mi parrebbe pur sempre troppo fredda, questo libro suscita in me il desiderio di una discussione, di un colloquio. Ma né recensione né discussione vorrei fare con troppa immediatezza. Già io come lavoratore sono assai lento. E poi per dire sul libro del Garin qualcosa che valga la pena di essere detto ho bisogno che questo tumulto di idee e di sentimenti che la lettura provoca ad ogni pagina, ove sfilano personaggi ben noti e opere da me talora lette e rilette in varie epoche della mia vita, si plachi29.

Il diniego di Bobbio non impedisce al direttore di «Belfagor» di pubblicare la prima parte delle parole qui riportate come “noterella” al libro del Garin, la cui recensione è invece affidata a Terranova30, che ne parla, a buon diritto, come di un opus magnum. Garin, piuttosto colpito dai riferimenti polemici verso la sue opera contenuti negli articoli di Nulli, ringrazia Russo «per le righe di Bobbio sulle mie Cronache: mi fa piacere per quel che dicono, per chi le dice, per il luogo in cui vedon la luce»31.
Mentre Bobbio si è oramai affermato, a livello nazionale e non solo, come tra i più autorevoli filosofi del diritto, Russo continua a chiedere la collaborazione dello studioso, ben consapevole che la qualità e il nitore della scrittura di Bobbio, specie quando si cimenta con i “ritratti” di contemporanei, si attaglia alla perfezione alla rivista da lui diretta con tanta tenacia e passione. Ne è un esempio lo splendido, commosso ritratto di Piero Calamandrei32 pubblicato nel ’58, mentre dalla corrispondenza apprendiamo che è già in gestazione il profilo critico di Tullio Ascarelli33, altro filosofo della politica, che tuttavia Russo non riuscirà a vedere pubblicato su «Belfagor».
Ancora una volta, però, è Croce, nel decennale dalla morte, a spingere Russo a chiedere al filosofo torinese un “ritratto critico” dell’illustre scomparso. Al filosofo napoletano, infatti, Bobbio ha dedicato due importanti contributi apparsi in Politica e cultura34: «Ho pensato che questa volta deve parlare un torinese, e il più degno dei torinesi di parlare di Croce sei tu. La mia non è una captatio, ma un riconoscimento obbiettivo. Dimmi se ci posso contare»35, gli scrive.
Bobbio appare irremovibile: pensare a un ritratto di Croce, «quel ritratto che vagheggio da non so quanto tempo, e ogni tanto rimugino nella mia testa», con il carico di lavoro arretrato, è impossibile.
Figurati – prosegue Bobbio – se posso accettare un compito difficile come quello di un ritratto di Croce, in cui dovrei, se ci riuscissi, mettere dentro tutte le passioni e le illusioni, le speranze e le delusioni della nostra generazione, amicanemica di Croce, sempre in lite con Croce, ma che a Croce ritorna poi sempre come una fonte inesauribile di saggezza, di equilibrio, di umanità”36.

Certo, quell’occasione gli pare, pur tra i mille problemi di natura pratica, quasi irripetibile: «Ci piango sopra, ma non posso accettare, credimi e scusami».
La morte di Russo, sopraggiunta pochi mesi dopo, deve aver contribuito al dietro-front del filosofo torinese37. Nel «Belfagor» del novembre 1962 trova spazio, infatti, il bel ritratto di Benedetto Croce38; l’articolo, che si segnala, al solito, per il carattere piano e sentito, è una lucida autoanalisi di una generazione intera «che fu, almeno all’Università di Torino, naturaliter crociana39. Eravamo crociani», prosegue Bobbio, «con la stessa ingenuità con cui la generazione dei nostri padri era stata positivista» Non è questo il luogo per chiarire la complessa influenza di Croce sul pensatore torinese; tuttavia, occorre richiamare l’attenzione almeno sui due nuclei tematici messi a fuoco da Bobbio nella sua riflessione: il rapporto tra filosofia e cultura e l’idea crociana della storia. Riguarda alla prima, Bobbio sostiene apertamente che «più che svolgere dall’interno il sistema crociano, o come egli preferiva dire, la sua sistemazione, mi son sempre trovato più a mio agio nella schiera di coloro che hanno creduto più utile assimilare e approfondire l’idea che Croce si era fatta della filosofia e della funzione del filosofo nella cultura e nella società». Quello che lo colpisce, infatti, è il vero e proprio “ribaltamento” operato da Croce nei confronti della filosofia tradizionale e accademica; le critiche rivolte da Croce ai professori di filosofia, i non –filosofi per eccellenza, condannati, a suo dire, ai “lavori forzati” del filosofare, sono raccolte e meditate da Bobbio come ammonimenti ancora validi. Viene messa così in secondo piano la critica modulata da Bobbio nel saggio su Croce e il liberalismo di qualche anno prima, quando il filosofo aveva sottolineato il “divorzio” presente nel pensiero crociano «tra ideale della libertà e tecnica della sua attuazione politica»40; uno scarto che pure non aveva impedito al filosofo napoletano di porsi quale «mentore dell’opposizione» negli anni della dittatura, benché avesse sempre posto maggiore preoccupazione a divulgare, «con nobilissimi accenti (la cui eco risuona nella mente e di cui gli siamo grati) la religione della libertà»41, senza averla allora e dopo teorizzata.
Complice il carattere di alta divulgazione della rivista, Bobbio accentua il carattere autobiografico della propria analisi: così, la polemica crociana contro il sociologismo e l’astratta generalizzazione viene in qualche modo rivendicata da Bobbio come cifra della propria ricerca filosofica, pure assai lontana da quella di Croce:
Chi come me pregia l’attuale filosofia analitica senza farne un idolo per l’abito che essa crea alla riflessione minuta su piccolissime zolle di solito calpestate da scarponi di gente che ha fretta di arrivare, per il sacro terrore che investe nelle generalizzazioni troppo suggestive e nelle conclusioni troppo rapide, trova conforto in tanta parte nell’opera del Croce42.

Soprattutto, e qui siamo al secondo punto, a Croce va ascritto il merito di avere elaborato una visione della storia ispirata alla religione della libertà «tra le più complesse e meditate di questo secolo», più innovativa di quella di Husserl, meno ambigua di quella di Jaspers, più umana di quella di Heidegger43; a colpirlo è l’idea crociana di storia intesa come «fiume maestoso», in cui l’uomo può dominare passato e presente, ma non ancora il futuro e dove, nella realtà di ogni giorno, ciascuno individuo, per quanto sia modesto, è chiamato a svolgere la sua opera, essa sola destinata a sopravvivergli. Una teoria della storia, quella di Croce, dove nello scontro dialettico tra bene e male, il primo finisce per superare il secondo: «Questa spiegazione del male» spiega il filosofo «favoriva un’etica della moderazione, né troppo ottimistica, né troppo pessimistica; non confortata dalla pienezza della felicità in cui si possa riposare una volta per sempre, ma anche liberata dalla disperazione dell’inevitabile». Ciò che Bobbio saluta di fecondo nella sovrapposizione di filosofia e storiografia in Croce è, dunque, il saldo carattere empirico di questa ricerca filosofica, che può conoscere innumerevoli applicazione concrete, comprese naturalmente – è il caso di Russo – quelle storico-letterarie.
L’omaggio a Croce, infatti, può essere inteso anche come il riconoscimento del valore assunto dalla metodologia di ricerca di cui il critico siciliano è stato maestro indiscusso. Confrontando questo scritto con il ricordo di Russo, apparso su «Belfagor»a un anno dalla sua scomparsa, emerge quanto Bobbio individuasse come parte non caduca del magistero di entrambi lo storicismo integrale dei due maestri:
C’eravamo abituati – scrive Bobbio – a considerare lo storicismo come via maestra della sintesi, una specie di grande tribunale di fronte a cui le opposte idee chiedono di essere superate e giudicate. Russo, dando alla Storia quello che era della Storia, rivendicò agli uomini in carne ed ossa il diritto e il dovere di parteggiare.

Lo storicismo era, per Russo, una vera e propria concezione del mondo, una fede «viva, polemica, operosa, intollerante talora, come sa essere una fede»; ma con una differenza: «che lo storicismo italiano, negli anni della sua formazione, era stato prevalentemente una fede liberale […], una religione della libertà»44.
Storicismo, però, non faceva rima con dogmatismo; anzi, nell’antidogmatismo è possibile rintracciare un’ulteriore affinità tra Russo e Bobbio. Scrive il primo in una lettera a un giovane collaboratore:
«Voglio contrastare una tendenza negli studi contemporanei al dogmatismo chiuso: c’è il dommatismo crociano o dei crociani, tipo Fausto Nicolini, tipo Manlio Ciardo; c’è il dommatismo dei gentiliani, tipo Saitta; c’è il dommatismo cattolico, e infine c’è la tendenza a formarsi del dommatismo marxistico. Se noi lasciamo formarsi tutti questi blocchi senza fiatare, oppure combattendoli dal nostro punto di vista anch’esso dommatico, noi finiremo con limitare la vita della cultura italiana, e per quella italiana, di quella europea.
Però io mi sono proposto di rompere questi fronti rigidi, il che non significa che io sia un eclettico o un conciliatore: sono il nemico di ogni eclettismo e di ogni conciliatorismo. Introduco in altri termini uno spirito democratico nella discussione: io debbo sapere che cosa vuole quel mio avversario di fronte, che mi guarda così male». Del resto, continua «Io sono veramente un letterato, ma un letterato che ha fiutato il tabacco, o se crede meglio, la cocaina della filosofia»45

Soprattutto, a legarlo a quello storicista militante, «uno degli eredi diretti di Croce, quegli che», a suo giudizio, «ne aveva espresso con maggiore larghezza e maturità la lezione», era una forte sentimento di amicizia, declinata nel senso “bobbiano” del termine: non tanto conoscenza, quanto piuttosto «integrazione, completamento»46.


LETTERE.

1.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 24 dicembre 1950

Caro prof. Russo,
ricevo la seconda edizione dei Problemi di metodo critico47. La ringrazio vivamente di essersi ricordato di me e di avermene fatto inviare una copia. La prima edizione – che sono andato a ripescare nella mia biblioteca e ho qui sottomano – mi ricorda gli anni universitari, quando tra amici si discuteva tra Croce e non Croce, e, tutti crociani si annusava compiaciuti e incuriositi laddove si sentisse odore di eresia.
Lei può dunque immaginare quanto mi sia caro il ricevere, dopo vent’anni, la seconda edizione dello stesso libro dall’autore, che avemmo allora come uno dei nostri maestri.
Colgo l’occasione per augurare, a Lei e alla sua famiglia, Buon Natale e buon Capodanno, insieme con i migliori saluti.

2.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 28 ottobre 1951,

Caro Russo,
non ho dimenticato “Belfagor”, a cui collaborerei molto volentieri e più spesso se non avessi il fiato un po’ grosso dovendo correre dietro agli impegni che ho con la “Riv. di Fil.” e con altre riviste diciamo così tecniche. Ma la rassegna hegeliana48, almeno questa, la continuerò. Purtroppo, per una storia che sarebbe troppo lungo raccontare, uno dei libri che dovevo recensire me lo sono lasciato sfuggire di mano e non sono più riuscito a recuperarlo. Comunque, appena avrò raccolto il materiale farò la rassegna e a te la invierò.
Approfitto intanto di questa occasione per chiederti se “Belfagor” potrebbe ospitare, come ricordo di Leone Ginzburg49, una parte (la parte che si ritenesse ancora pubblicabile) della sua tesi di laurea su Maupassant. La famiglia me l’ha data con la preghiera di vedere se fosse il caso di curarne una pubblicazione. Io non me ne intendo. Ma vedo che la tesi è incompleta.
Tutt’al più potrebbe pubblicare un capitolo (forse il primo che tratta della critica e sta a sé). Se tu pensi che se ne possa fare qualcosa, ti invierei questo capitolo in visione. E naturalmente tu mi risponderai molto francamente perché non ho neppur detto alla famiglia che ti ho scritto in proposito.
Coi più cordiali saluti,

3.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 18 febbraio 1952,

Caro Russo,
rispondo ben volentieri al “tu”. Ti ringrazio prima di tutto vivamente anche a nome della famiglia di Leone di aver accettato il saggio per la tua rivista50.
Eccoti alcuni dati.
L.G., nato a Odessa il 4 aprile 1909, morto a Regina Coeli, in seguito ad arresto avvenuto nel nov. del ’43, il 5 febbraio 1944. Si laureò in lettere all’Univ. di Torino con la laurea sul Maupassant (di cui il saggio che ti abbiamo inviato costituisce il primo capitolo), nel dicembre del 1931, relatore Ferdinando Neri. Qualche altra notizia biografica puoi trovarla nell’Avvertenza premessa alla pubblicazione dei suoi saggi di letteratura russa (Scrittori russi; Einaudi 1948)51. Da notare che il periodo in cui scrisse la laurea fu quello in cui scrisse pure la maggior parte dei saggi ivi pubblicati: si può dire che il periodo della sua maggiore attività letteraria fu durante gli anni universitari, dal ’28 al ’31, quando era poco più (o poco meno) che ventenne.
Nel ’32 prese, se ben ricordo, la docenza in letteratura russa. Dal ’32 in poi non pubblicò quasi più nulla. Fu assorbito, come ricorderai anche tu, dall’attività politica e in parte dall’attività editoriale.
Ti saluto con viva cordialità.
P.S. È disposta a rivedere le bozze la sorella, a cui potete inviarne una copia.
Signorina Maria Ginzburg, via Rosta 2, Torino

4.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 18 gennaio 1952,

Caro Russo,
nel dolore che ho provato per la morte di Solari52, che consideravo come un padre, mi è stato di conforto il vedere che gli volevano bene tutte le persone che stimo di più. Mi ha fatto dunque molto piacere la tua lettera. Non immaginavo che conoscessi Solari (era persona che viveva un po’appartata, pur essendo di natura socievolissima).
E sentirne parlare ora da te con tanto affetto e tanta sicurezza di giudizi, è stata cosa, ti ripeto, che mi ha confortato. Presenterò le tue condoglianze alla moglie, non appena sarà ritornata da Albino.
Per il ritratto che mi chiedi sarei lietissimo di accontentarti, ma la situazione è questa: ho già scritto in questi giorni il necrologio per la “Riv. di filosofia”53, di cui Solari era stato l’anima per tanti anni. Devo scrivere la commemorazione per l’Accademia delle Scienze di Torino 54. E ho già scritto alcuni anni or sono un art. su “Il Ponte” sul fasc. dedicato al Piemonte55. Temo che mettendo insieme queste tre cose, mi sia difficile trovare il modo di scriverne una quarta, senza ripetermi.
Ma non ci voglio rinunciare del tutto, senza ripensarci. Quando scriverò la commemorazione per l’Accademia, vedrò se mi riuscirà pure di scrivere, a parte, un ritratto56.
Ti ringrazio della tua affettuosa lettera e invio a te, alla tua signora e ai figli,
i miei cari saluti

5.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 27 luglio 1953,

Caro Russo,
Su Gioele Solari ho già scritto la commemorazione pronunciata all’Accademia delle Scienze di Torino (che ti invio a parte), poi un articolo sulla “Rivista di Filosofia”,e alcuni anno or sono un articolo su “Il Ponte”. Non potrei ora scrivere altro se non ripetendomi. L’amico, qui a Torino, che potrebbe scrivere un degno necrologio è Firpo57. Glie ne avrei parlato io stesso se l’avessi trovato: molto probabilmente è in ferie. Vuoi provare a scrivergli tu stesso? Fammi poi sapere qualche cosa. Anch’io sarei ben lieto perché è stato allievo e devotissimo.

6.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 9 dicembre 1953,

Caro Russo,
come puoi immaginare, sono ben lieto che la mia prefazione58 al Mautino59 ti sia piaciuta e vanga riportata nella tua rivista60, tanto più se pensi che la pubblicazione di essa possa riuscire a ricordare Solari ai lettori di “Belfagor”.
Ti ringrazio della proposta e ti invio affettuosi e cordiali saluti,

7.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino 24 aprile 1955,

Caro Russo,
ho già ricevuto da Laterza il libro 61 del Garin62 e ho già cominciato a leggermi qualche capitolo. Èun libro che mi piace molto. E oggettivamente credo che sia un libro molto importante.
È in sostanza un vero e proprio esame di coscienza di una generazione, che è poi la mia stessa generazione (Garin ed io siamo coetanei), di quella generazione che è diventata adulta col fascismo, troppo poco radicata nel passato prefascista per aver rappresentato, salvo qualche eccezione, una corrente di idee originali durante l’instaurarsi del fascismo, ma anche troppo vigile e critica per lasciarsi travolgere dalla pseudo-cultura fascista.
Ad ogni pagina che leggo di questo libro, pieno di calore e insieme lucidissimo, mi si affaccia una folla di problemi. È un invito al ripensamento totale della cultura negli anni tra il ’20 e il ’40.
Più che di una recensione, che mi parrebbe pur sempre troppo fredda, questo libro suscita in me il desiderio di una discussione, di un colloquio. Ma né recensione né discussione vorrei fare con troppa immediatezza. Già io come lavoratore sono assai lento. E poi per dire sul libro di Garin qualcosa che valga la pena di essere detto ho bisogno che questo tumulto di idee e di sentimenti che la lettura provoca si può dire ad ogni pagina, ove sfilano personaggi ben noti e opere talora da me lette e rilette in varie epoche della mia vita, si plachi.
Aggiungo che sono in un periodo di grande lavoro, e non posso interrompere ciò che sto facendo per affrontare altro tema che sarebbe altrettanto impegnativo di quelli che sto svolgendo. Per due mesi almeno non voglio distogliermi dal programma di lavoro che mi viene imposto.
Sto scrivendo due saggi che mi premono molto, e che dovranno completare una serie di scritti63 per la quale l’editore, a cui l’ho promessa, preme e giustamente preme perché sono in ritardo.
Ti ripeto, non escludo che possa occuparmi del libro del Garin, ma non posso ora. E non posso dirti neppure esattamente quando. Non amo impegnarmi con date fisse, perché ho appreso finalmente per esperienza che le date non vengono mai rispettate.
Già sono in debito con “Belfagor” non so da quanti anni del seguito della “rassegna hegeliana”. E non è che abbia smesso l’idea. Ma il colpo al cerchio e il colpo alla botte che si devono menare in questi anni per fare di tutto un po’, c’impedisce di seguire una linea diritta nell’esecuzione dei nostri programmi. E così Hegel è rimasto fermo. Eppure non escludo di ritornarvi, se pur dopo un lunghissimo (ma forse non inutile) giro.
Se tu pensi che la mia promessa sia troppo generica e troppo poco rassicurante, non me l’avrò a male se darai ad altri l’incarico occuparsi del libro del Garin in “Belfagor”64.
Coi più cordiali saluti, e ricordi

8.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 22 febbraio 1958

Caro Russo,
ti ringrazio della tua gentile proposta. Ma, ahimè, la conferenza su Piero Calamandrei, che tenni a Siena ai primi di dicembre, sarà pubblicata su gli “Studi Senesi”65. Ho già corretto le seconde bozze, e la stampa quindi è imminente. Mi dispiace di non poter esaudire la tua richiesta, anche perché su “Belfagor” avrebbe avuto maggiore diffusione. Abbiti i miei sempre memori e cordiali saluti,

9.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino 19 ottobre 1958,

Caro Russo,
ti ringrazio di aver pubblicato su “Belfagor” la mia commemorazione di Calamandrei66, che era rimasta sinora, valga quel che valga, ignorata. E ti ringrazio pure degli estratti, coi quali potrò esaudire la richiesta di qualche amico. Seguo sempre con interesse e attenzione la tua rivista.
Ti auguro buon lavoro e ti invio cordiali saluti

10.

Norberto Bobbio a Luigi Russo,

Torino, 10 luglio 1961,

Caro Russo,
lusinghiero il tuo invito: nientemeno che un ritratto di Croce, quel ritratto che vagheggio da non so quanto tempo, e ogni tanto rimugino nella mia testa. Ma com’è possibile? Ho tanto lavoro arretrato da riempire non solo un’estate ma almeno tre anni di lavoro.
E poi sono un lavoratore lento, lentissimo.
Già sono nei guai per la promessa fatta alla signora Ascarelli per il ritratto di suo marito67. Prima di questo dovrei adempiere a sei o sette impegni precedenti.
Figurati se posso accettare un compito difficile come quello di un ritratto di Croce, in cui dovrei, se ci riuscissi, mettere dentro tutte le passioni e le illusioni, le speranze e le delusioni della nostra generazione, amica-nemica di Croce, sempre in lite con Croce, ma che a Croce ritorna poi sempre come ad una fonte inesauribile di saggezza, di equilibrio, di umanità. Mi ci vorrebbero mesi di lavoro; e piantare ogni cosa; e mandare al diavolo tutto il resto.
Non è possibile, caro amico, assolutamente non è possibile. Ci piango sopra, ma non posso accettare68. Credimi e scusami.
Coi migliori auguri di buona estate, e tanti cordiali saluti.



NOTE

1 P.P. Portinaro, Introduzione a Bobbio, Bari-Roma, Laterza, 2008, pp. 53-4. Portinaro ha infatti notato quanto nel dopoguerra la biografia intellettuale di Bobbio oscilli tra storicismo e positivismo giuridico, sottolineando inoltre la mancanza di un chiarimento definitivo su questo punto da parte della critica. Il tema è ampiamente sviluppato in Idem, Realismo politico e dottrina dello Stato, in Norberto Bobbio tra diritto e politica, a cura di G. Zagebrelsky, Bari-Roma, Laterza, 2005, pp. 109-16, dove Croce è definito efficacemente «Maestro-rivale»; A. Colombo, Bobbio racconta quegli anni bui rischiarati da Croce: a colloquio in occasione degli ottant’anni, in «Nuova Antologia», 124 (1989), pp. 185-203.^
2 N. Bobbio, Uno storicista militante, in «Belfagor», 16 (1961), fasc. 6, p. 878.^
3 Bobbio ne curerà l’edizione critica T. Campanella, La Città del Sole. Testo italiano e testo latino a cura di Norberto Bobbio, Torino, Einaudi, 1941; sulle scambio di vedute tra maestro e allievo attorno al lavoro, si veda La vita degli studi. Carteggio Solari-Bobbio 1931-52, a cura di A. D’Orsi, Milano, Franco Angeli, 1999, pp. 124-27.^
4 L. Russo, Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 1929.^
5 Sulla complessità del percorso intellettuale di Bobbio dalla fine degli anni ’30 all’attiva, sfortunata partecipazione attiva al Partito d’azione, cfr. M. Salvadori, Bobbio e la politica, in Norberto Bobbio tra diritto e politica, op. cit., pp. 15-30.^
6 Norberto Bobbio a Luigi Russo, Torino, 24 dicembre 1950, in Archivio Luigi Russo, Pietrasanta (LU).^
7 Cfr. l’ultima lettera di Benedetto Croce a Luigi Russo, Napoli, 1 luglio 1948: «vi dirò che non ho potuto non disapprovare, come generalmente tutti, la vostra conversione di fronte politico all’ultimo momento e per una candidatura al Senato. Credo che questo vostro atto non sia difendibile con nessuna argomentazione,e che il miglior partito da adottare da voi sia di smettere gli articoli e le polemiche della politica […] e raccogliervi negli studi letterarii», in Luigi Russo. Benedetto Croce. Carteggio 1912-1948, a cura di E. Cutinelli Rendina, Vol. II, p. 722. Su Russo si veda ora G. Giarrizzo, Luigi Russo (1892-1961) e la ‘vera religione’, in «Rivista Storica Italiana», 109 (1997), pp. 961-1023.^
8 N. Bobbio, recensione a L. Firpo, Ricerche campanelliane, Sansoni, Firenze, 1947, in «Belfagor», 3 (1948), fasc. 3, pp. 380-82.^
9 N. Bobbio, Rassegna di studi hegeliani, in «Belfagor», 5 (1950), fasc. 1, pp. 67-80; ivi, fasc. 2, pp. 201-22.^
10 G. De Ruggero, Storia della filosofia. Vol. IV. La filosofia moderna, t. 5, G.F. Hegel, Bari, Laterza 1948.^
11 G. Lukacs, Il giovane Hegel e i problemi della società capitalistica, Torino, Einaudi, 1948.^
12 «La via più naturale per operare il ravvicinamento – tra Hegel e Marx – è sembrata sinora quella di hegelianizzare Marx. Lukacs segue invece il cammino inverso: “marxifica” Hegel. Si potevano trovare residui hegeliani in Marx (era la via più facile). Lukacs trova invece germi marxistici in Hegel». Per questo la sua impresa è definita “temeraria”, in N. Bobbio, Rassegna di studi hegeliani, op. cit., p. 208.^
13 Ivi, p. 202.^
14 Norberto Bobbio a Luigi Russo, Torino, 28 ottobre 1951, in AR.^
15 N. Bobbio, Uno storicista militante, cit.^
16 L. Russo, Machiavelli, Bari, Laterza, 1945.^
17 L. Ginzburg, Guy De Maupassant, in «Belfagor», 7 (1952), fasc. 2, pp. 167-87, ora in Id., Scritti, a cura di Domenico Zucàro. Prefazione di Luisa Mangoni, Torino, Einaudi, 2000, pp. 391-414. Su Ginzburg cfr. A. Colombo, La lezione di Leone Ginzburg, in Eretici e dissidenti. Protagonisti del XIX e XX secolo fra politica e cultura, a cura di Giovanna Angelini e Arturo Colombo, Franco Angeli, Milano, 2006, pp. 235-46. Russo pensa alla collaborazione di Bobbio per far recensire il volume di Alessandro Galante Garrone su Filippo Buonarroti e i rivoluzionari dell’Ottocento,, Torino, Einaudi, 1951, poi svolta da Saitta; cfr. Luigi Russo ad Alessandro Galante Garrone, Pietrasanta, 9 ottobre 1951, in AR.^
18 Norberto Bobbio a Luigi Russo, 18 febbraio 1952, in AR.^
19 Luigi Russo a Norberto Bobbio, 12 gennaio 1952, in AR.^
20 N. Bobbio, Gioele Solari (1872-1952), in «Rivista di Filosofia», 43 (1952), fasc. 2, pp. 123-30.^
21 Luigi Russo a Luigi Firpo, Pietrasanta, 29 agosto 1953, in AR.^
22 A. Mautino, La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce, con uno studio sull’autore e la tradizione culturale torinese da Gobetti alla Resistenza di Gioele Solari, a cura di Norberto Bobbio, Bari, Laterza, 1953; L’Avvertenza, firmata da Bobbio, è ristampata col titolo del libro in «Belfagor», 9 (1954), fasc. 1, pp. 87-89.^
23 A. D’Orsi, Il discepolo e il maestro, in La vita degli studi, cit., p. 71; ivi d’Orsi sottolinea come «davvero Solari si comporta con Bobbio come un padre, più che come un professore».^
24 E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza, 1954.^
25 Sull’alta stima di Russo per Garin cfr. Luigi Russo a Eugenio Garin, Pietrasanta, 21 dicembre 1953, in AR: «ma tu non mi dai proprio niente per “Belfagor”? Tu sei l’autore che io pubblico più volentieri, dopo i miei scritti»; Luigi Russo a Delio Cantimori, Pietrasanta, 16 settembre 1960, in AR: «Io ho dovuto dichiarare, pubblicamente, che ormai ho fiducia soltanto negli storici, la critica letteraria è decaduta a storia della critica, i filosofi sono buoni professori di filosofia ma non c’è nessun maestro vero in mezzo a loro e per me il migliore è sempre uno storico, il Garin».^
26 A.S. Nulli, Erasmo da Rotterdam, in «Belfagor», 9 (1954), fasc.6, pp. 715-21; Cfr. Eugenio Garin a Luigi Russo, Firenze, 20 gennaio 1954, in AR: «Vedo che ancora hai in mente le pagine del Nulli. Ora ti prego, ma sinceramente e affettuosamente, di non pensarci più. Ti confesso, è umano, che nel leggerle su “Belfagor” ne rimasi addolorato e stupito. Perché – quanto amo la discussione – così cerco di evitare certe forme di acre contrasto che turbano la mia serenità e mi dolgono, in profondo, quell’animo che cerco di portare nei miei studi»; pensando al fatto che Nulli è stato scolaro di Martinetti, ricorda gli ottimi rapporti intrattenuti col filosofo e i lavori svolti nella «Rivista di Filosofia» «cui collaborai finché non fu soppressa dalla censura fascista: e lì Bobbio e il compianto Solari scrissero recensioni, che mi sono ancora care, dei miei studi primi sull’Illuminismo e sul Rinascimento»^
27 N. Bobbio, Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955.^
28 N. Bobbio, Studi sulla teoria generale del diritto, Torino, Giappichelli, 1955.^
29 Norberto Bobbio a Luigi Russo, Torino, 24 aprile 1955, in AR.^
30 N. Terranova, recensione a E. Garin, Cronache di filosofia italiana, in «Belfagor», 10 (1955), fasc. 6, pp. 715-21.^
31 Eugenio Garin a Luigi Russo, Firenze, 3 giugno 1955, in AR.^
32 N. Bobbio, Ricordo di Piero Calamandrei, in «Belfagor», 13 (1958), fasc. 5, pp. 589-602.^
33 N. Bobbio, Tullio Ascarelli, in «Belfagor», 19 (1964), fasc. 5, pp. 546-65. Cfr. Norberto Bobbio a vedova Ascarelli, Torino, 8 maggio 1961, in AR: «Gentile Signora, mi rendo perfettamente conto che scrivere su “Belfagor” un saggio sul pensiero e sulla personalità di suo marito non è cosa di poco momento. Ma ne sono tentato, perché quello che ho letto delle sue opere – non presumo di aver letto tutto – è sempre stato per me fonte di riflessioni e di ripensamenti fecondi. La difficoltà è, in questo momento, la mancanza di tempo necessario per scrivere un saggio che sia qualche cosa di più di una necrologia».^
34 Si tratta di Croce e la politica della cultura e Benedetto Croce e il liberalismo, ora in N. Bobbio, Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955, pp. 100-120 e 211-268; entrambi pubblicati nella «Rivista di filosofia», rispettivamente nel 1953 e nel 1955. Il volume di Fausto Nicolini, L’editio ne varietur delle opere di Benedetto Croce, Banco di Napoli, Napoli 1960, è occasione per lo scritto N. Bobbio Un invito a Croce, in «Rivista di filosofia», 52 (1961), fasc. 3, pp. 354-60.^
35 Luigi Russo a Norberto Bobbio, Pietrasanta, 4 luglio 1961, in AR.^
36 Norberto Bobbio a Luigi Russo, Torino, 10 luglio 1961, in AR.^
37 Nell’ultima lettera di Bobbio il filosofo lascia aperto uno spiraglio: «Caro Russo, grazie della dilazione. Ci ripenserò. Ma non in questi prossimi giorni, perché, oltre a tutti i lavori arretrati di cui ti ho parlato, sono stanco morto, letteralmente massacrato da un numero enorme di esami. Parto oggi pomeriggio per la Valle d’Aosta(Cervinia), e spero di rimettermi a posto, a cominciare dalla feste». Norberto Bobbio a Luigi Russo, Torino, 14 luglio 1961, in AR)^
38 N. Bobbio, Benedetto Croce a dieci anni dalla scomparsa, in «Belfagor», 17 (1962), fasc. 6, 30 novembre 1962, pp. 621-39, ora in Id., L’Italia civile, Manduria, Lacaita, 1964, pp. 71-95.^
39 In un intervento molto più tardo Bobbio tornerà a specificare la sua appartenenza alla “terza generazione” crociana, dopo la prima dei Russo e degli Omodeo, e la seconda che aveva diffuso l’insegnamento di Croce nelle università, e, appunto, la terza, quella per cui Croce era l’autore della Storia d’Italia, della Storia d’Europa e della Storia come pensiero e come azione.; cfr. N. Bobbio Il nostro Croce, in Filosofia e cultura. Per Eugenio Garin, a cura di Michele Ciliberto e Cesare Vasoli. Vol. II, Roma, Editori Riuniti, 1991, pp. 789-905, ora in Idem, Dal fascismo alla democrazia. I regimi, le ideologie, le figure e le culture politiche, a cura di Michelangelo Bovero, Milano, Baldini&Castoldi, 1996, pp. 215-236. In apertura del saggio Bobbio offre un elenco dei suoi contributi sul pensiero e l’opera di Croce. Ma sul Croce di Politica e cultura si vedano le riflessione di E. Lanfranchi, Un filosofo militante. Politica e cultura nel pensiero di Norberto Bobbio, Torino, Bollati Boringhieri, 1989, pp. 89-91.^
40 N. Bobbio, Politica e cultura, op. cit., p. 262.^
41 Ivi, p. 265.^
42 N. Bobbio, Benedetto Croce, op. cit., p. 634.^
43 Un’analisi dell’idea della storia crociana in Bobbio è in P.P. Portinaro, Realismo politico, op. cit., pp. 124-32.^
44 N. Bobbio, Uno storicista militante, cit., p. 878.^
45 Luigi Russo ad Attilio Siro Nulli, Pietrasanta, 1 dicembre 1953, in AR.^
46 N. Bobbio, Uno storicista militante, op. cit., p. 879.^
47 L. Russo, Problemi di metodo critico, Bari, Laterza, 1950, ma prima ed. 1929.^
48 N. Bobbio, Rassegna di studi hegeliani, in «Belfagor», 5 (1950), fasc. 1, pp. 67-80; fasc. 2, pp. 201-222, ora in Id., Da Hobbes a Marx. Saggi di storia della filosofia, Napoli, Morano, 1965, pp. 165-238.^
49 Leone Ginzburg (1909-1944), nato a Odessa, compagno di Bobbio al liceo classico Massimo D’Azeglio di Torino. Studioso di letteratura russa, tra i fondatori della casa editrice Einaudi. Antifascista, arrestato nel ’35 e una seconda volta nel ’44, per essere ucciso in carcere a Roma dai suoi aguzzini.^
50 L. Ginzburg, Guy de Maupassant, in «Belfagor», 7 (1952), fasc. 2, pp. 167-87, ora in Id., Scritti, a cura di Domenico Zucàro. Prefazione di Luisa Mangoni. Introduzione di Norberto Bobbio, Torino, Einaudi, 2000, pp. 391-414.^
51 L. Ginzburg, Scrittori russi,Torino, Einaudi, 1948^
52 Gioele Solari (1872-1952), ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università di Torino, coltivò soprattutto studi sul pensiero politico in età moderna con rigoroso metodo storico-filologico. Fra i numerosi allievi Piero Gobetti, Alessandro Passerin d’Entreves, Luigi Firpo, Bruno Leoni, Norberto Bobbio, Luigi Pareyson.^
53 N. Bobbio, Gioele Solari, in «Rivista di Filosofia», 43 (1952), n.2, pp. 123-30.^
54 N. Bobbio, La filosofia civile di Gioele Solari, in «Atti dell’Accademia delle Scienze di Torino», II. Classe di Scienze Morali, Storiche e Filologiche, vol. 87, Accademia delle Scienze, Torino, 1952-53, pp. 409-445.^
55 N. Bobbio, Funzione civile di un insegnamento universitario, in «Il Ponte», 5 (1949), fasc. 8-9, pp. 1124-1131.^
56 L’articolo Gioele Solari (1872-1952) appare invece in Annuario dell’Università degli studi di Torino per l’anno accademico 1952-53, pp. 333-335.^
57 Luigi Firpo (1915-1989), allievo di Gioele Solari, dal 1957 ordinario a Torino di Storia delle dottrine politiche, disciplina che ha avuto dal suo magistero uno dei contributi di maggiore solidità filologica e scientifica.^
58 A. Mautino, La filosofia politica di Benedetto Croce, con uno studio sull’autore di Gioele Solari, a cura di Norberto Bobbio, Torino, Einaudi, 1953^
59 Aldo Mautino (1917-1940), allievo di Gioele Solari, aveva dedicato la tesi di laurea alla formazione del pensiero politico di Benedetto Croce.^
60 N. Bobbio, La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce, in «Belfagor», 9 (1954), fasc.1, 31 gennaio 1954, pp. 87-89.^
61 E. Garin, Cronache di filosofia italiana, Bari, Laterza, 1954.^
62 Eugenio Garin (1909-2004), dopo un magistero quarantennale come ordinario di Storia della filosofia a Firenze, è stato ordinario e poi emerito della stessa materia presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Tra i massimi studiosi del Rinascimento, come della storia della cultura italiana novecentesca.^
63 Dovrebbe trattarsi di N. Bobbio, Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, la cui prefazione è datata luglio ’55, mentre quella a Id., Sulla teoria generale del diritto, Torino, Giappichelli, edito nello stesso anno, è datata Pasqua ’55.^
64 La recensione al volume di Garin appare sotto forma di nota a firma N. Bobbio, in «Belfagor», 10 (1955), fasc. 3, 31 maggio 1955, p. 357. Nella nota Russo riporta parte del testo della lettera.^
65 N. Bobbio, Piero Calamandrei, in «Studi Senesi», 70 (1958), fasc. 1, pp. 7-35.^
66 N. Bobbio, Ricordo di Piero Calamandrei, in «Belfagor», 13 (1958), fasc. 5, 30 settembre 1958, pp. 589-602.^
67 Pubblicato anni dopo come N. Bobbio, Tullio Ascarelli, in «Belfagor», 19 (1964), fasc. 4, pp. 411-34; fasc. 5, pp. 546-65. Tullio Ascarelli^
68 Il saggio appare invece alcuni mesi col titolo N. Bobbio, Benedetto Croce a dieci anni dalla morte, in «Belfagor», 17 (1962), fasc. 6, pp. 621-39, ora in Id., Italia civile. Ritratti e testimonianze, Manduria, Lacaita, 1964, pp. 71-95.^
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